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	<title>Villa Clerici &#187; Villa Clerici Blog</title>
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		<title>L’Annunciazione di Eros Pellini</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Jul 2015 13:56:19 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>di Paola Valisi La raffigurazione che propone l’artista Eros Pellini sul tema dell’Annunciazione è piuttosto singolare. Il gruppo scultoreo, composto da due figure, l’Arcangelo Gabriele e la Madonna, offre infatti</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Paola Valisi</strong></p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-6675" src="http://www.villaclerici.it/wp-content/uploads/2015/07/pellini-foto-interna.jpg" alt="pellini-foto-interna" width="446" height="600" />La raffigurazione che propone l’artista Eros Pellini sul tema dell’Annunciazione è piuttosto singolare. Il gruppo scultoreo, composto da due figure, l’Arcangelo Gabriele e la Madonna, offre infatti una proposta iconografica innovativa e particolare.<br />
La Vergine mostra la tipica posa dell’Annunciata: la mano destra chiude il mantello sul petto e la mano sinistra utilizza il lembo inferiore dello stesso mantello per celarsi al visitatore mentre gli occhi sono abbassati.</p>
<p>La scultura del Pellini è avvolta da un fascino arcaico, una rappresentazione eterea che fa percepire tutta la santità della figura. In essa possiamo scorgere un rimando alla pala di Simone Martini (dipinta nel 1333 ca. per l’altare di Sant’Ansano nel Duomo di Siena), nella quale viene presentata la Madonna sul trono intenta a nascondersi, con il bellissimo mantello blu, dal visitatore sconosciuto.</p>
<p>La gestualità della Maria di Eros Pellini, così lieve e soave, evidenzia il momento in cui la fanciulla viene colta da timore all’apparizione dell’Arcangelo, rendendo la frase del Vangelo: «A queste parole ella rimase turbata» (Lc 1, 29). Sul suo volto, tuttavia, non traspare nessun sentimento di sorpresa o di spavento, è un volto sereno, mesto, i suoi occhi sono sottili, dolci e abbassati in segno di sottomissione. Quella mano che prima serviva per chiudere il mantello in segno di protezione, si adagia leggera sul petto in segno di saluto ed inchino, indicazione del momento in cui accettò di essere veicolo della volontà di Dio dicendo: «&#8221;Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto&#8221;. E l&#8217;angelo partì da lei» (Lc 1, 38).</p>
<p>Di più difficile interpretazione è la figura dell’Arcangelo Gabriele, che ad un primo acchito sembra essere una semplice donna, tanto che il gruppo potrebbe essere scambiato per una Visitazione. Lo scultore ha rappresentato l’angelo aptero (cioè senza ali) e con un piccolo fiorellino di campo nella mano sinistra, ben lontano, quindi, dalla canonica iconografia che contraddistingue il personaggio. Tuttavia i capelli sono lambiti da un vento invisibile, segno della discesa sulla terra per portare il messaggio divino, mentre le braccia aperte sono simbolo di accoglienza, ma soprattutto di venerazione per quella donna “piena di grazia”.</p>
<p>L’angelo accenna ad un inchino, nonostante la sua figura venga presentata sullo stesso livello della Madonna, quasi a volerli mettere in dialogo sullo stesso piano, quello terreno. La rappresentazione dello stesso Gabriele sembra evidenziare più la provenienza divina del messaggio che la dimensione umana del messaggero.</p>
<p>La figurazione dell’Arcangelo senza ali rimanda alle prime immagini angeliche. Essi, fino al IV secolo, venivano infatti presentati senza ali, poiché così era la sembianza degli angeli che si manifestavano davanti agli uomini. Se ne ha testimonianza anche nel libro apocrifo di Enoch, nel quale scrisse:</p>
<p><em>«Mentre riposavo nel mio letto dormendo, mi apparvero due uomini grandissimi come mai ne avevo visti sulla terra. Il loro viso (era) come sole che luce, i loro occhi come lampade ardenti, dalle loro bocche usciva un fuoco, i loro vestiti una diffusione di piume, e le loro braccia come ali d&#8217;oro, al capezzale del mio letto. Mi chiamarono col mio nome. Io mi levai dal mio sonno e gli uomini stavano presso di me realmente. Io mi affrettai, mi alzai e mi inchinai loro ; il mio viso si coprì di brina per il terrore. Gli uomini mi dissero: &#8220;Coraggio, Enoc, non avere paura. Il Signore eterno ci ha mandati da te ed ecco, tu oggi sali con noi al cielo. Dì ai tuoi figli e alle genti della tua casa tutto quello che faranno sulla terra e che nella tua casa nessuno ti cerchi, finché il Signore ti abbia fatto ritornare da loro&#8221; (Enoch 1, 3-9)»</em>.</p>
<p>Il gruppo scultoreo, esposto completo nel primo allestimento della Galleria d’Arte Sacra dei Contemporanei nel 1955, venne poi separato con l’esposizione della sola Madonna nella ricollocazione della collezione permanente, avvenuta in seguito al restauro di Villa Clerici ultimato nel 2002. In seguito agli studi condotti e al confronto con le fotografie storiche della prima sistemazione, si può oggi contemplare il gruppo scultoreo nuovamente riunito.</p>
<p style="text-align: center;">&#8212;</p>
<p>Tratto da <em>Annunciazioni: Biancini, Pellini, Restellini</em> – edizione fuori commercio della Galleria d’Arte Sacra dei Contemporanei della Casa di Redenzione Sociale Onlus – giugno 2014.</p>
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		<title>Quando Villa Clerici ospitava ex carcerati</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Jun 2015 08:20:21 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Il Piccolo]]></category>
		<category><![CDATA[Villa Clerici Blog]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Luigi Codemo «Un’istituzione unica al mondo». Questo il titolo di un lungo articolo dedicato alla Casa di Redenzione Sociale pubblicato nel 1941 su L’Ambrosiano, quotidiano milanese dell’epoca. E in</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Luigi Codemo</strong></p>
<p>«Un’istituzione unica al mondo». Questo il titolo di un lungo articolo dedicato alla Casa di Redenzione Sociale pubblicato nel 1941 su L’Ambrosiano, quotidiano milanese dell’epoca. E in effetti l’idea e le attività che erano state avviate ormai da quattordici anni dalla Compagnia di San Paolo a Villa Clerici avevano un che di eccezionale, di pionieristico: fondare, nella periferia di Milano, un luogo di rieducazione volto ad offrire ad ex carcerati la possibilità di essere seguiti nella delicata fase dell’inizio di una nuova vita, di imparare un mestiere, di riacquistare stima in se stessi. Ecco un brano riportato da quell’articolo pubblicato su L’Ambrosiano:</p>
<p>«L’idea della casa era germinata da un’esperienza. Non è sufficiente spesso procurare un pane, un vestito o del lavoro a chi ha passato anni nel carcere, ed ha la volontà disfatta dal vizio; bisogna ricostruire questa volontà, ridare al cuore una sensibilità, una capacità di amare, ricuperare la fiducia in se stessi, nella vita. E tutto questo non si può compiere che con un paziente, fraterno accostamento personale…<br />
Coloro che cercano ricovero e protezione a Niguarda debbono dare prova immediata del loro fermo proposito accettando di non uscire dall’Istituto se non una volta a settimana, la domenica, e solo per qualche ora. Di applicarsi ad apprendere a lavorare e quindi a seguire gli insegnamenti dei più pratici nei laboratori di tipografia e lavorazione dell’alluminio, per poi farsi a loro volta ottimi meccanici, tornitori, fonditori, tranciatori, stampatori, tipografi».</p>
<p>Villa Clerici costituiva un luogo ideale per offrire un contesto non coercitivo ma allo stesso tempo ordinato da precise regole condivise. Anche l’ubicazione, esterna alla città ma non separata da essa, permetteva un graduale avvicinamento alla vita sociale. L’uscita dal carcere trovava qui modo e tempo per trasformarsi in un reintegro, libero e operoso, nel vivere sociale.<br />
Un report statistico del gennaio 1956 evidenziava che in 28 anni di attività ben 5897 dimessi dal carcere erano stati assistiti dalla Casa di Redenzione Sociale. Ma il dato sbalorditivo è che la percentuale di adulti che non commettevano più reati raggiungeva il 62%; con i ragazzi il successo arrivava all’85%.</p>
<p>Alla fine degli anni ‘50, in un contesto sociale che andava modificandosi rapidamente, Casa di Redenzione Sociale concentrò la sua attività nell’educazione rivolta ai minori con problemi di carattere sociale. L’attività educativa si spostò nei padiglioni accanto alla villa, mentre tra le antiche mura del ‘700 iniziò l’esposizione della Galleria d’Arte Sacra dei Contemporanei: l’attività artistica iniziava così ad affiancare quella educativa a testimonianza del fatto che l’esperienza della bellezza è fondamentale per l’uomo nel riscattare il degrado sociale.</p>
<p>Da allora l’attività è sempre continuata. Certo, anno dopo anno, i metodi si rinnovano perché cambiano i problemi da affrontare. Nuove emergenze chiedono nuove soluzioni. Ma sempre permane quell’attenzione ai segni dei tempi letti alla luce del Vangelo per cercare di rispondere con gli strumenti e le risorse disponibili ai bisogni sempre nuovi che emergono, oggi come allora.</p>
<p>Significative quindi, oltre che prezioso documento storico, risultano le parole che don Giovanni Rossi scriveva ne Il Piccolo del 19 maggio 1927, alla vigilia dell’inaugurazione della Casa di Redenzione Sociale.</p>
<p>«A Niguarda gli uomini che nel carcere forse non ebbero che pene, sentiranno l’amore; gli uomini che dalla società attossicata dal vizio, non ebbero se non cattivi esempi, vedranno la bontà, vedranno la carità; gli uomini che conobbero solo i piaceri della carne sentiranno le gioie dello spirito; gli uomini che vissero reietti, derelitti, godranno le riposanti dolcezze di una famiglia; gli uomini che non udirono mai che parole d’odio e di oltraggio contro la patria, sentiranno ora le parole benedicenti la patria, i fratelli, il lavoro.<br />
I giardini sono tutti fioriti, le campagne che circondano la villa sono tutte verdeggianti, le sale eleganti sono tutte linde e imbiancate come alberghi di prim’ordine.<br />
Al Segretariato di Milano decine di uomini reduci dalle prigioni già si sono iscritti per essere i primi ospiti del convalescenziario nuovo.<br />
Al primo piano della villa si stanno disponendo i laboratori; uno per il cappellificio che il nostro buon prof. Loris col suo papà personalmente ha voluto iniziare a proprie spese, poi un laboratorio di falegnameria e di segheria che la ditta Biasioli di Genova ci fa aprire per fornire di cassette di imballaggio per il suo estratto di carne che sarà venduto a favore della casa di Niguarda.<br />
Anche il nostro bravo Oreste Bianchi ha portato alcune macchine tipografiche per allargare, come in una succursale, la tipografia di Milano.<br />
Un capo agricoltore dirigerà i lavori agricoli. Un capo sarto e un capo calzolaio terranno scuole di sartoria e calzoleria. Questo è quanto abbiamo preparato; ma io spero che i nostri amici in brevissimo tempo intorno a questi laboratori convergeranno la loro benevolenza per farli produttivi, per renderli mezzi di riabilitazione sociale a tanti poveri uomini che ne hanno immenso bisogno… Io mi auguro che la nostra casa di rieducazione sociale possa essere domani un fatto, che a tutti gli studiosi delle scienze sociali e psicologiche dia argomento di consolazione e conforto. Che questa casa sia prova evidente di quello che noi pensiamo e crediamo e cioè che solamente la grazia può vincere e superare la natura e farla buona, onesta, santa; che la grazia è tanto efficace da risollevare gli uomini caduti nel peccato e nelle abiezioni della vita, da ridonare al padre il figliuol prodigo che trova non solo il perdono, ma l’abito nuovo e la mensa ricca per cui può ricominciare la sua esistenza».</p>
<p><strong>Nella foto </strong><br />
Laboratorio di lavorazione dell’alluminio della Casa di Redenzione Sociale a Villa Clerici, nel 1941.</p>
<p><em>Articolo pubblicato ne Il Piccolo 6/2013</em></p>
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