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	<title>Villa Clerici &#187; Il Piccolo</title>
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	<description>La persona al centro</description>
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		<title>Pasqua 2016 &#8211; Soggiorno al mare. A Bordighera con l&#8217;Associazione Cardinal Ferrari</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Jan 2016 09:52:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[villaclerici]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Piccolo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Dal 24 al 31 marzo 2016 a Bordighera (IM) &#8211; Casa Vacanze &#8220;Villa Sorriso&#8221;. La casa vacanze è composta da circa 40 stanze per un totale di 100 posti letto,</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<h2><strong>Dal 24 al 31 marzo 2016 a Bordighera (IM) &#8211; Casa Vacanze &#8220;Villa Sorriso&#8221;.</strong></h2>
<p>La casa vacanze è composta da circa 40 stanze per un totale di 100 posti letto, tutte con bagno privato in camera e con diverse soluzioni di pernottamento.</p>
<p>Inoltre la struttura dispone di 3 sale comuni, dove poter passare piacevoli serate in compagnia dei vostri amici; una grande sala per i più piccoli e un’area esterna sempre dedicata a loro; uno spazio dove poter praticare il calcio, la pallavolo o il basket; un ampio parcheggio interno privato; una spiaggia riservata nel periodo estivo.<br />
La cappella dedicata alla madonna del Sorriso la rende infine particolarmente adatta a ritiri spirituali.</p>
<p>Il mite clima dell’estremo ponente ligure, nonché il grande giardino che la isola piacevolmente, rende questa struttura particolarmente adatta per soggiorni climatici, soprattutto invernali, nonché un piacevole luogo dove poter passare una riposante settimana.</p>
<p>È prevista la presenza dell’accompagnatore.<br />
Sarà possibile partecipare al triduo e alla celebrazione pasquale.</p>
<p><strong>Dal 24 al 31 marzo 2016 </strong><br />
<strong>Casa Vacanze &#8220;Villa Sorriso&#8221; &#8211; Bordighera</strong></p>
<p><strong>Costo Euro 380,00 &#8211; pensione completa</strong><br />
(dalla cena del primo giorno al pranzo dell&#8217;ultimo giorno)</p>
<p>Per informazioni e prenotazioni:</p>
<p>Tel. 02.661 00 007</p>
<p>acf@compagniadisanpaolo.com</p>
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		<title>Domenica delle Palme a Sotto il Monte (Bg) con l&#8217;Associazione Cardinal Ferrari</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Jan 2016 14:50:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[villaclerici]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Piccolo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Sollecitati da numerose richieste, Associazione Cardinal Ferrari e Pellegrinaggi Paolini riprendono a proporre a tutti gli amici gli incontri spirituali e i soggiorni svolti in grande serenità. 20 marzo 2016</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Sollecitati da numerose richieste, Associazione Cardinal Ferrari e Pellegrinaggi Paolini riprendono a proporre a tutti gli amici gli incontri spirituali e i soggiorni svolti in grande serenità.</p>
<h2>20 marzo 2016 &#8211; Domenica delle Palme</h2>
<h3>in preparazione della Settimana Santa presso la Casa del Pellegrino &#8211; Sotto il Monte (Bg)</h3>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Programma</strong></p>
<p>8.00 Partenza in pullman da milano in via Paleocapa (mm Cadorna)</p>
<p>8.10 Fermata in via Santa Sofia</p>
<p>9.30 Arrivo a Sotto il monte e accoglienza</p>
<p>10.00 visita della casa natale di san Giovanni XXIII</p>
<p>11.30 incontro di riflessione</p>
<p>12.30 Pranzo</p>
<p>14.00 Proiezione luoghi giovannei</p>
<p>14.30 visita guidata di Sotto il monte</p>
<p>16.00 Santa messa</p>
<p>17.30 Partenza</p>
<p>18.30 Arrivo a milano</p>
<p>Costo Euro 40,00 &#8211; pranzo incluso</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per informazioni e iscrizioni:</p>
<p>tel 02.661 00 007</p>
<p>acf@compagniadisanpaolo.com</p>
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		<title>&#8220;Misericordia io voglio e non sacrifici&#8221;</title>
		<link>https://www.villaclerici.it/misericordia-io-voglio-e-non-sacrifici/</link>
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		<pubDate>Tue, 08 Dec 2015 10:41:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[villaclerici]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Piccolo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Carlo Ghidelli &#8211; Arcivescovo emerito di Lanciano-Ortona. &#8221; Misericordia io voglio e non sacrifici/ la conoscenza di Dio più degli olocausti&#8221; (Os 6, 6). Sono parole che leggiamo nel</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>di Carlo Ghidelli &#8211; Arcivescovo emerito di Lanciano-Ortona.</p>
<blockquote><p>&#8221; Misericordia io voglio e non sacrifici/ la conoscenza di Dio più degli olocausti&#8221; (Os 6, 6).</p></blockquote>
<p>Sono parole che leggiamo nel libro del profeta Osea e sono messe in bocca a Dio. Ogni parola di Dio reca luce e conforto a tutti noi, ma questa ci stimola anche a riflettere se e come noi stiamo cercando di imitare Dio nella sua chiara volontà di avere un popolo che lo onora non tanto a parole e con vari doni, ma soprattutto con il suo comportamento misericordioso verso il prossimo. Il fatto che &#8220;misericordia&#8221; sia in parallelismo con &#8220;conoscenza di Dio&#8221; ci dice che la misericordia che ci scambiamo tra di noi è dono di Dio e frutto del nostro amore verso di Lui.</p>
<p>In alcuni luoghi paralleli il profeta Osea dirà che il solo sacrificio gradito a Dio è la conversione sincera: conversione a Dio e, di conseguenza, conversione al prossimo. La vera conversione, pertanto, non può consistere solo in gesti nei confronti di Dio, ma deve esprimersi e incarnarsi anche in gesti di attenzione e di soccorso al prossimo. A Dio, secondo l&#8217;insegnamento dei profeti, ci si converte con sinceri atti di culto ma soprattutto con atti di misericordia.</p>
<p>Da parte sua l&#8217;evangelista Giovanni nella sua prima lettera scrive che è bugiardo colui che dice di amare Dio che non vede, mentre non ama, cioè non aiuta, non soccorre il fratello che vede: &#8220;Se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui l&#8217;amore di Dio? Figlioli, non amiamo a parole o con lingua, ma nei fatti e nella Verità&#8221; (3, 17-18).</p>
<p>Papa Francesco, da anni ormai, ci sta invitando a coltivare la misericordia non con gesti provvisori e saltuari, ma con ogni fibra del nostro essere, soprattutto con l&#8217;esercizio delle opere di misericordia, sia corporali sia spirituali. Non possiamo sottrarci a questo invito pressante e caloroso. Ecco quello che egli scrive al n. 12 della sua Bolla di indizione del Giubileo straordinario della misericordia: &#8220;La Chiesa ha la missione di annunciare la misericordia, cuore pulsante del Vangelo, che per mezzo suo deve raggiungere il cuore e la mente di ogni persona. La Sposa di Cristo fa suo il comportamento del Figlio di Dio, che a tutti va incontro senza escludere nessuno&#8221;.</p>
<p>Se è vero che fin dall&#8217;inizio del suo ministero petrino papa Francesco va predicando la divina misericordia, ultimamente va ripetendo sempre di più l&#8217;importanza di questo messaggio evangelico, nel desiderio di attrarre tutti, ma specialmente i peccatori, nel flusso della divina misericordia. E&#8217; straordinariamente prezioso il dono che il Signore ha fatto e sta facendo alla sua Chiesa nella persona di papa Francesco: egli ci sta conducendo passo dopo passo alle sorgenti purissime del Vangelo di nostro Signore.<br />
Se è vero che Gesù ci presenta il volto misericordioso del Padre è altrettanto vero che Papa Francesco è il profeta convinto e credibile di questa verità basilare della nostra fede. La divina misericordia è come una sorgente sempre viva e inesauribile alla quale possiamo attingere acqua fresca ogni volta che ne sentiamo bisogno.</p>
<p>Tornando alla profezia di Osea, che è estremamente importante per il tema che stiamo sviluppando, dobbiamo ricordare che essa viene citata due volte nel vangelo secondo Matteo.</p>
<p>La prima volta al capitolo nono, quando l&#8217;evangelista racconta del suo primo incontro con Gesù. Vi si legge: &#8220;Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate e imparate che cosa vuol die: Misericordia io voglio e non sacrifici. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori&#8221; (9, 12-13). Lo sguardo di Gesù si è fermato su colui che diventerà suo apostolo ed evangelista e lo sguardo di Matteo si incrocia con lo sguardo di Gesù. Da questo incontro nasce una creatura nuova: la profezia di Osea si realizza in pienezza. Matteo cambia vita perché in lui ha vinto la misericordia di Dio, rivelatasi attraverso la persona e l&#8217;azione di Gesù. Parimenti anche noi dovremmo rileggere la nostra vocazione cristiana non come un privilegio da conservare gelosamente, quanto piuttosto come una chiamata al servizio: non un servizio generico ma mirato alle necessità degli altri.</p>
<p>La seconda volta incontriamo questa profezia nel capitolo dodicesimo del primo vangelo, là dove si legge: &#8220;Se aveste compreso che cosa significhi Misericordia io voglio e non sacrifici non avreste condannato persone senza colpa&#8221;(12, 7). Il contesto stavolta è polemico: Gesù sta contestando ai farisei la loro pretesa di difendere il sabato a fronte di un&#8217;opera di carità. Gesù non può sopportare questo fariseismo e afferma con estrema chiarezza non solo il senso della sua missione, ma anche il dovere di anteporre ad ogni norma legale il sacrosanto dovere di soccorrere un prossimo anche in giorno di sabato.<br />
Parimenti anche noi non possiamo sottrarci alle opere di misericordia (sarebbe opportuno ripassarle perché nelle loro semplice formulazione ci presentano un vero e autentico programma di vita) con la scusa di altri doveri, fossero pure sacri, ai quali vogliamo essere fedeli. &#8220;Misericordia io voglio e non sacrifici&#8221;.</p>
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		<title>La missione della bellezza. Galleria d&#8217;Arte Sacra dei Contemporanei</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Sep 2015 09:08:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[villaclerici]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Blog GASC]]></category>
		<category><![CDATA[Il Piccolo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Anna Preianò GASC – Galleria d’Arte Sacra dei Contemporanei, collezione di perfetta bellezza ospitata nella splendida Villa Clerici, luogo di delizia settecentesco, è una realtà unica, che conquista il</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><strong>di Anna Preianò</strong></p>
<p style="text-align: left;">GASC – Galleria d’Arte Sacra dei Contemporanei, collezione di perfetta bellezza ospitata nella splendida Villa Clerici, luogo di delizia settecentesco, è una realtà unica, che conquista il visitatore con un’energia così forte da potersi quasi toccare. Tanta potenza è frutto di una storia densa di significati. A raccontarcela con passione e competenza è <strong>Alice Tonetti,</strong> conservatore della GASC e autrice del libro <a href="http://www.aracneeditrice.it/aracneweb/index.php/pubblicazione.html?item=9788854877849" target="_blank">Dandolo Bellini e l’istituzione della Galleria d’Arte Sacra dei Contemporanei di Villa Clerici </a>(Aracne editrice, 2015).</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Che cosa l’ha portata a Villa Clerici?</strong></p>
<p style="text-align: left;">Fin dalla prima volta in cui sono stata qui ho pensato che questo fosse un luogo magico. Ne sono rimasta profondamente affascinata. Ho iniziato da studentessa come guida e continuato poi come tesista e stagista. Ho collaborato con i precedenti direttori e conservatori, e insieme ad altri giovani studenti abbiamo progettato i servizi educativi, precedentemente assenti, e una serie di iniziative in continua evoluzione: ogni anno si aggiungono nuovi progetti, collaborazioni, mostre, eventi e conferenze. Da qualche mese lavoro con il nuovo <em>team</em> che si è creato.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>La GASC convive con la Casa di Redenzione Sociale, che ha sede negli edifici adiacenti. Che cosa unisce queste due realtà?</strong></p>
<p style="text-align: left;">La storia della Galleria d’Arte Sacra è legata a doppio filo a quella della Casa di Redenzione Sociale, nata all’interno della Compagnia di San Paolo, un istituto secolare costituito da uomini e donne, laici e sacerdoti, fondato su impulso del Beato Cardinal Ferrari nel 1920. La Compagnia di San Paolo ha tra le sue missioni il sostegno e il benessere della persona, cui si dedica attraverso Opere Sociali, in Italia e nel mondo. Una di queste è proprio la Casa di Redenzione Sociale di Milano, che esiste dal 1927 e oggi è una Onlus. Fino alla Seconda guerra mondiale si occupava del reinserimento in società degli ex carcerati, che venivano inizialmente accolti nel corpo settecentesco di Villa Clerici.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>La Villa, dunque, ospitava al suo interno la Casa di Redenzione Sociale?</strong></p>
<p style="text-align: left;">Le persone dismesse dagli istituti di pena mangiavano e dormivano qui, dove veniva insegnato loro anche un mestiere. Al piano rialzato c’erano i laboratori: fabbricazione di cappelli, giocattoli e pentole di alluminio, sartoria e falegnameria. Il piano nobile ospitava le camerate. Negli anni Trenta, un uomo illuminato, Dandolo Bellini, comincia la sua collaborazione con la Casa di Redenzione Sociale: è lui l’anima della nostra storia. Egli riceve la sua formazione all’interno della Compagnia di San Paolo, pur non diventandone mai membro consacrato. All’inizio cura soprattutto l’aspetto propagandistico e di immagine della Casa di Redenzione, per la quale mette a disposizione le proprie doti di artista (aveva frequentato l’Accademia di Brera) realizzando delle tavole poi riprodotte in calendari, almanacchi, opuscoli e cartoline (i mesi dell’anno, i segni zodiacali, le città italiane…) che venivano spediti ai benefattori come invito e ringraziamento per le donazioni.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Mi sembra un tipo di comunicazione molto moderno.</strong></p>
<p style="text-align: left;">Sì, ma è anche un carattere distintivo della Compagnia di San Paolo, che fin dalle origini utilizza gli organi di stampa per diffondere il proprio messaggio tra le genti. È una prassi che continua tuttora, in maniera ovviamente diversa.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Chi era Dandolo Bellini?</strong></p>
<p style="text-align: left;">Era un uomo intelligente e perspicace, infinitamente generoso, timido e sempre di umore allegro. Una vera e propria ‘eminenza grigia’. Aveva un talento straordinario nel tessere relazioni e coltivare nel tempo i rapporti professionali come quelli di amicizia: sapeva ascoltare con pazienza e in questo modo diventò il confidente di molti. Grazie alle sue conoscenze riusciva a trovare non solo fondi per la Casa di Redenzione, ma sviluppava anche nuove idee. Fu capace di valorizzare le potenzialità di Villa Clerici, trasformandola in un luogo unico.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>La nascita della Galleria di Arte Sacra dei Contemporanei si deve a lui?</strong></p>
<p style="text-align: left;">Sì. Quando le nuove esigenze della Casa rendono inadeguato il corpo settecentesco della Villa, essa viene sgomberata e vengono costruiti nuovi edifici, quelli dove oggi si trovano i nostri uffici e lo spazio dedicato ai ragazzi con il Centro Psicopedagogico. Dopo la Seconda guerra mondiale lo scenario era infatti cambiato: c’erano molti ragazzi bisognosi di aiuto, con difficoltà sociali o rimasti soli. La Casa di Redenzione comincia a lavorare per i giovani, con la stessa modalità di prima: vivono qui e svolgono non solo attività pratiche e ludiche, ma vanno a scuola e sono seguiti da psicologi specializzati. Grazie alla sua passione per l’arte e alla frequentazione degli artisti che gravitavano attorno all’Accademia di Brera, Bellini aveva formato una propria collezione di opere contemporanee a soggetto sacro che decide di donare alla Casa di Redenzione. Le opere vengono collocate al piano nobile della Villa, ora libero. È il primo nucleo della Galleria d’Arte Sacra.</p>
<p style="text-align: left;">La raccolta cresce nel tempo sia grazie alle donazioni degli artisti stessi, che ci tengono a essere qui rappresentati, sia attraverso acquisti. Quando esse non venivano donate dagli artisti o da mecenati (Bellini seppe conquistare illustri personalità. Risultano relazioni anche con importanti industriali come Magneti Marelli, Pirelli, Falck…), è possibile che le acquistasse personalmente per poi donarle come sempre alla Casa di Redenzione. Lo si può intuire anche dalla sua corrispondenza con gli artisti, nella quale a volte si scusa spiegando di non poter in quel momento acquistare le loro opere, perché si è già impegnato molto con la Casa di Redenzione. Ogni volta che riusciva, incrementava la collezione della Galleria d’Arte Sacra, ancora oggi di proprietà della Casa di Redenzione Sociale Onlus.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Impegno sociale e cultura, benessere della persona e bellezza: è questo il legame tra la Casa di Redenzione e la GASC?</strong></p>
<p style="text-align: left;">La Galleria d’Arte Sacra nasce come fiore all’occhiello dell’Opera Sociale, come scrive Dandolo nel primo e unico catalogo della GASC (1956). Essa è, soprattutto nei primi anni, il biglietto da visita, l’espressione della missione paolina da un punto di vista culturale. Lo scopo della Galleria è dichiaratamente quello di aiutare la Casa di Redenzione Sociale e questa è una delle funzioni che la collezione mantiene ancora oggi. La particolarità e l’atmosfera magica del luogo scaturiscono dalla sua natura: qui sociale e cultura viaggiano mano nella mano. Le sue origini sono importanti perché spiegano e dimostrano come una realtà simile poteva nascere solo in questo luogo, in quel momento e in quel contesto storico.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Le opere sono tutte novecentesche: arte sacra contemporanea, appunto.</strong></p>
<p style="text-align: left;">GASC era anche una sorta di vetrina per mostrare che l’arte contemporanea poteva trasmettere contenuti, valori, messaggi e accompagnare il fedele in un percorso che ha inizio nel varcare la soglia della chiesa e prosegue fino a raggiungere l’altare. In quel periodo vescovo di Milano era Giovanni Battista Montini, poi papa Paolo VI, uomo illuminato e amante dell’arte che promosse anche la costruzione di nuovi edifici di culto. Bellini seppe intuire che gli artisti avevano ancora bisogno di riflettere sulla tematica sacra e la Galleria è anche un modo per far conoscere il loro lavoro alle diocesi, ai parroci, agli architetti che edificavano nuove chiese, tutti potenziali committenti. Un altro obiettivo della Galleria, infatti, era fare in modo che gli artisti potessero vivere del proprio lavoro. Da qui deriva uno dei punti forti della collezione: la varietà, non solo degli artisti, che sono tanti (anche se, come in ogni museo, non si espone tutto, e molto è conservato nei depositi), ma anche dei temi, delle iconografie, dei materiali e delle tecniche. Ci sono dipinti, sculture, mosaici, vetrate, ceramiche, smalti e grafica, tutto ciò che poteva servire anche per abbellire le nuove chiese. L’inaugurazione ufficiale della GASC, unitamente ai nuovi edifici della Casa di Redenzione, risale al 7 dicembre 1955, alla presenza del presidente della Repubblica Giovanni Gronchi.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>GASC, oltre che per sostenere la Casa di Redenzione e promuovere gli artisti, nasce anche con uno scopo-missione educativa?</strong></p>
<p style="text-align: left;">L’intento di evangelizzazione è forte ed emerge con chiarezza. Sono stati sviluppati tantissimi soggetti, dall’Antico Testamento, con le storie della Genesi, al racconto degli episodi della vita di Cristo e della Vergine. Ogni artista ha dato la propria interpretazione personale (per esempio nella grande <em>Annunciazione</em> di Biancini compaiono due angeli annuncianti invece che uno solo), ma è evidente che ogni opera nasce da una riflessione attenta che parte dal testo biblico di riferimento. Il giudizio di Bellini era fondamentale per gli artisti, cercato e temuto nello stesso tempo. Una volta richiese una modifica a un mosaico di Alberto Salietti, già ultimato e consegnato, chiedendo lo spostamento di qualche pietruzza per rendere il viso della Vergine più dolce, perché secondo la tradizione, al momento dell’Annunciazione, quel viso deve esprimere sì sorpresa e attesa, ma sempre un’immensa dolcezza.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Villa Clerici era anche un luogo d’incontro per gli artisti?</strong></p>
<p style="text-align: left;">Era una sorta di ‘cenacolo di artisti’. Negli anni che precedono l’inaugurazione della Galleria, diversi di loro cominciano a frequentare la Villa, contattati da Dandolo Bellini, desideroso di conoscerne la personalità e il lavoro. Si organizzano a volte dei pranzi, dove ognuno porta qualcosa da mangiare e da bere. Quando si incontrano parlano liberamente, confrontandosi anche in merito a temi e iconografie. Alcune scelte iconografiche sono proprio il frutto di questi appuntamenti. Per esempio, la figura di San Tarcisio, soggetto non così diffuso, compare in diverse opere della collezione, probabilmente grazie alla riflessione suggerita dal contemporaneo Congresso Eucaristico. Ma la cosa più bella era il momento finale di questi pranzi, quando, dopo aver sparecchiato, venivano distribuiti fogli e matite e… si disegnava! Qualcuno aveva un’ottima mano, altri qualche difficoltà in più. Anche l’arcivescovo Montini frequentava Villa Clerici, non con grande assiduità, ovviamente, per via degli impegni. In compenso, partecipava spesso alle riunioni il suo segretario, Monsignor Pasquale Macchi, molto legato a Dandolo. Infatti, quando Montini diventa papa, il materiale prodotto dagli artisti della villa arriva a Roma e, grazie all’interesse del papa, si tramuta spesso in committenze. Quando Montini parte per il conclave, alcuni artisti lo accompagnano all’aeroporto per salutarlo, convinti di non vederlo più rientrare a Milano, come in effetti poi è stato. Era amatissimo dal gruppo di Villa Clerici.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>L’elezione di Montini rappresentò una svolta fondamentale per la GASC e gli artisti che vi gravitavano, da un punto di vista di immagine e di fama?</strong></p>
<p style="text-align: left;">Certamente. Quando Montini viene eletto, chiama a sé Dandolo, che comincia a dividersi tra Milano e Roma, cosa che farà fino alla morte del Papa. Dandolo svolge per Montini vari lavori e mansioni, come la ristrutturazione degli appartamenti vaticani dove, pur non essendo architetto, agisce come tale collaborando con l’architetto pontificio. Bellini aveva gusto e ha saputo interpretare le esigenze del papa, del quale aveva la piena fiducia. Quindi elimina il precedente apparato decorativo, abbandonando il fasto regale ottocentesco per uno stile più moderno, semplice e funzionale. L’apporto di Dandolo coinvolge tutti gli aspetti esteriori della sede vaticana, persino le divise di coloro che a vario titolo vi prestano servizio e la veste tipografica delle pubblicazioni come i libretti delle messe.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Il lavoro editoriale resta quindi una sua grande passione…</strong></p>
<p style="text-align: left;">Nel corso degli anni Dandolo continua a curare diversi prodotti editoriali, dagli inserti artistici di alcune riviste, fino alle pubblicazioni della Galleria d’Arte Sacra, come il catalogo del 1956 e quello della mostra di Francesco Messina, tenutasi nel 1963 nella galleria privata in via San Calimero. In questa occasione, Dandolo favorisce l’incontro tra il maestro Messina e l’arcivescovo Montini. Il suo scopo era promuovere gli artisti in tanti modi, così che potessero lavorare, crescere e anche mantenersi. Pazientemente costruisce quella rete di relazioni che diventerà ancora più importante dopo l’elezione di Montini a pontefice. La prima presenza degli artisti contemporanei in Vaticano è proprio quella degli artisti legati a Villa Clerici, coinvolti nella realizzazione della Cappella privata del Papa, dono della Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano al vescovo tanto amato dalla città. Le opere che arricchiscono la Cappella sono degli artisti del gruppo di Niguarda: Consadori, Filocamo, Longaretti, Manfrini, Martinotti, Scorzelli, Rudelli… Il maestro Rudelli ha ancora oggi il proprio studio a Villa Clerici (prima lo studio era dello scultore Manfrini): manteniamo la tradizione, nonché occasione e risorsa preziosa, di avere un artista che lavora qui, dove l’arte si è sempre ‘prodotta’ concretamente.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Ci sono altre realtà di questo tipo?</strong></p>
<p style="text-align: left;">Ne sono nate, anche collegate a questa. Per esempio la <a href="http://procivitate.assisi.museum/visvirt/visvirt63_1.htm" target="_blank">Galleria d’Arte Contemporanea della Pro Civitate Christiana ad Assisi</a>, un altro luogo incredibile che invito tutti a visitare: conserva come la nostra opere contemporanee, ma incentrate sul tema del Gesù Divino Lavoratore. I nostri artisti hanno realizzato diverse opere per questa collezione e, insieme a don Giovanni Rossi, Dandolo Bellini ha organizzato alla Cittadella di Assisi diverse mostre temporanee. A Roma, insieme al segretario del Papa Mons. Macchi, collabora in prima persona alla realizzazione della <a href="http://www.museionline.info/tipologia/item/collezione-d-arte-religiosa-moderna.html" target="_blank">Galleria d’Arte Religiosa Moderna dei Musei Vaticani</a>, della quale cura l’allestimento su modello della nostra GASC. Dalla collezione personale di Mons. Macchi deriva invece la <a href="http://www.collezionepaolovi.it/" target="_blank">Collezione Paolo VI – Arte Contemporanea</a> di Concesio, in provincia di Brescia. Di nuovo emerge una fitta rete di relazioni, nonostante ogni raccolta museale abbia storia, identità e specificità proprie.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Quali sono i vostri obiettivi futuri?</strong></p>
<p style="text-align: left;">Spero di aver comunicato la profonda relazione tra gli artisti che hanno frequentato e amato questo luogo e la Casa di Redenzione Sociale. Una storia fatta di collaborazione, creatività e impegno verso un obiettivo comune che vede al centro la persona e il suo sviluppo attraverso l’attività sociale e culturale. Sono tanti i progetti sociali che possono svilupparsi attraverso l’arte. Oggi è necessario rieducare alla bellezza, imparare a riconoscerla e amarla, acquisendo maggiore consapevolezza del nostro patrimonio umano e culturale. Le potenzialità di questo luogo sono molteplici, ma la sua forza e unicità stanno proprio nella sua storia, sottolineata certamente dalla bellezza del complesso architettonico, di per se stesso un’opera d’arte. Il Centro Psicopedagogico e la Galleria d’Arte Sacra lavorano al servizio della persona per un obiettivo comune. Diverse sono le realtà che abitano e rendono vitale questo luogo, ognuna con le proprie specificità, come mette in evidenza il nuovo sito internet di Villa Clerici.</p>
<p style="text-align: left;">Villa Clerici è da anni sede di iniziative musicali che si svolgono nei bellissimi spazi esterni così come nelle sale museali, mentre GASC cerca e trova continuamente nuove forme per raccontare e valorizzare la propria identità e patrimonio, sempre in collaborazione con la Casa di Redenzione Sociale.</p>
<p style="text-align: left;">Oltre ad Alice Tonetti, che ringrazio sia per l’intervista sia per aver scritto il suo libro, che ho letto d’un fiato quasi fosse un romanzo (e che contiene un CD con la digitalizzazione del rarissimo, unico catalogo della Galleria del 1956), ringrazio la Galleria d’Arte Sacra dei Contemporanei in Villa Clerici per la gentile concessione delle immagini.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Nella foto</strong></p>
<p style="text-align: left;">Francesco Messina, <em>Incredulità di San Tommaso </em>(part.), bronzo, GASC &#8211; Galleria d&#8217;Arte Sacra dei Contempoanei</p>
<p style="text-align: left;"><em>Articolo pubblicato in MILANOPLATINUM.COM 3.09.2015</em></p>
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		<title>I cattolici ambrosiani nella Prima Guerra Mondiale</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Jun 2015 16:19:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[villaclerici]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di Luca Frigerio Fino all’entrata in guerra dell’Italia, esattamente cento anni fa, l’atteggiamento del clero e dei cattolici italiani era stato di prudente attesa e di fiducia nelle istituzioni. La</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Luca Frigerio</strong></p>
<p>Fino all’entrata in guerra dell’Italia, esattamente cento anni fa, l’atteggiamento del clero e dei cattolici italiani era stato di prudente attesa e di fiducia nelle istituzioni. La posizione di ostilità preconcetta nei confronti dello Stato italiano, infatti, era ormai presente solo in alcune aree circoscritte del mondo cattolico, mentre il lealismo e la solidarietà patriottica erano penetrati diffusamente nelle gerarchie ecclesiastiche e tra i fedeli.<br />
I cattolici italiani non avevano voluto il conflitto. Anzi, confortati dalle parole di papa Benedetto XV, per la maggior parte vi si erano opposti con tenacia. Ma di fronte alla decisione di scendere in guerra, pur non condividendo le ragioni dell’intervento, obbedirono consapevolmente, pronti a compiere il proprio dovere di cittadini italiani.<br />
Lo stesso arcivescovo di Milano, il cardinale Andrea Ferrari, mantenne per tutta la durata della prima guerra mondiale un atteggiamento ispirato ad una sorta di “patriottismo pastorale” che caratterizzò l’impegno ambrosiano negli anni del tragico conflitto. «Nell’arcivescovo vi era innanzitutto la preoccupazione di garantire ai fedeli della diocesi non solo il servizio divino, ma soprattutto il conforto della presenza del clero, nonostante la nutrita mobilitazione dei sacerdoti», come ha spiegato lo storico Giorgio Rumi. «Ma in lui c’era anche il sentimento di partecipazione doverosa al destino del popolo, con il suo dramma e gli sconvolgimenti che anche il fronte interno subiva. Senza contare l’assidua vigilanza per evitare ogni pretesto alla fazione anticlericale d’accusare la Chiesa ambrosiana di antipatriottismo o di sabotaggio dello sforzo bellico».<br />
Convinto forse dell’inevitabilità della guerra, il cardinal Ferrari interpretò il proprio compito essenzialmente in senso caritativo, a sollievo, per quanto possibile, dei combattenti e delle loro famiglie. E se non tralasciò di ricordare alla diocesi i più alti ideali patriottici, egli evitò tuttavia di ricorrere ai richiami “mitici” del sentimento nazionale, badando, piuttosto, a incitare alla sopportazione dei sacrifici richiesti dalla patria.<br />
Ferrari, come la maggior parte dei vescovi italiani, chiedeva con forza la pace. Ma una «pace onorata», come affermava lui stesso, «una pace in cui l’Italia, fatta più grande, ritorni a Cristo, ritorni alla sua dottrina, ritorni alla fede dei padri suoi».<br />
Durante gli anni della guerra, l’Arcivescovado di Milano venne così trasformato in quartier generale per l’assistenza religiosa dei cappellani e dei soldati al fronte, mentre lo stesso cardinal Ferrari attivò un ufficio per comunicare alle famiglie notizie dei caduti, dei prigionieri, dei feriti e dei dispersi.<br />
I seminari ambrosiani di Milano e di Monza furono adibiti a ospedali militari, e lo stesso avvenne con i collegi arcivescovili e con molti istituti religiosi. E mentre le autorità civili, come al tempo della peste di san Carlo, si allontanavano dai focolai di infezione, l’arcivescovo continuava con carità e coraggio le sue visite ai malati, onorando degnamente la tradizione ambrosiana che nei momenti più drammatici della sua storia ebbe nei propri vescovi degli autentici padri.<br />
Tra il 1915 e il 1918 furono oltre cinquecento i sacerdoti ambrosiani richiamati alle armi, cioè più di un quarto del totale. Alcuni divennero cappellani militari, rivestendo così un ruolo di grande importanza nelle file dell’esercito italiano, anche perché le autorità politiche e militari, almeno fino a Caporetto, non promossero alcuna seria opera di assistenza fra le truppe. Ma la maggior parte dei preti vestì semplicemente il grigioverde, condividendo con i soldati i disagi della trincea e le paure degli assalti, ricevendo encomi e medaglie, piangendo morti e feriti.<br />
E fu proprio dall’esperienza dolorosa della guerra che maturò nel clero ambrosiano, ed in quello cattolico europeo in genere, una nuova consapevolezza del proprio ruolo nella società, ancora più vicino ai problemi concreti della gente, ancora più attento ai bisogni quotidiani dei fedeli. Così come fu proprio sui campi di battaglia che si possono ritrovare, in molti laici cattolici e in buona parte del clero, le radici della futura opposizione a quei totalitarismi e a quelle ideologie della violenza che precipiteranno l’Europa nella nuova tragedia della seconda guerra mondiale.</p>
<p><strong>Tratto da Avvenire del 29 maggio 2015</strong></p>
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		<title>Quando Villa Clerici ospitava ex carcerati</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Jun 2015 08:20:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[villaclerici]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Piccolo]]></category>
		<category><![CDATA[Villa Clerici Blog]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Luigi Codemo «Un’istituzione unica al mondo». Questo il titolo di un lungo articolo dedicato alla Casa di Redenzione Sociale pubblicato nel 1941 su L’Ambrosiano, quotidiano milanese dell’epoca. E in</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Luigi Codemo</strong></p>
<p>«Un’istituzione unica al mondo». Questo il titolo di un lungo articolo dedicato alla Casa di Redenzione Sociale pubblicato nel 1941 su L’Ambrosiano, quotidiano milanese dell’epoca. E in effetti l’idea e le attività che erano state avviate ormai da quattordici anni dalla Compagnia di San Paolo a Villa Clerici avevano un che di eccezionale, di pionieristico: fondare, nella periferia di Milano, un luogo di rieducazione volto ad offrire ad ex carcerati la possibilità di essere seguiti nella delicata fase dell’inizio di una nuova vita, di imparare un mestiere, di riacquistare stima in se stessi. Ecco un brano riportato da quell’articolo pubblicato su L’Ambrosiano:</p>
<p>«L’idea della casa era germinata da un’esperienza. Non è sufficiente spesso procurare un pane, un vestito o del lavoro a chi ha passato anni nel carcere, ed ha la volontà disfatta dal vizio; bisogna ricostruire questa volontà, ridare al cuore una sensibilità, una capacità di amare, ricuperare la fiducia in se stessi, nella vita. E tutto questo non si può compiere che con un paziente, fraterno accostamento personale…<br />
Coloro che cercano ricovero e protezione a Niguarda debbono dare prova immediata del loro fermo proposito accettando di non uscire dall’Istituto se non una volta a settimana, la domenica, e solo per qualche ora. Di applicarsi ad apprendere a lavorare e quindi a seguire gli insegnamenti dei più pratici nei laboratori di tipografia e lavorazione dell’alluminio, per poi farsi a loro volta ottimi meccanici, tornitori, fonditori, tranciatori, stampatori, tipografi».</p>
<p>Villa Clerici costituiva un luogo ideale per offrire un contesto non coercitivo ma allo stesso tempo ordinato da precise regole condivise. Anche l’ubicazione, esterna alla città ma non separata da essa, permetteva un graduale avvicinamento alla vita sociale. L’uscita dal carcere trovava qui modo e tempo per trasformarsi in un reintegro, libero e operoso, nel vivere sociale.<br />
Un report statistico del gennaio 1956 evidenziava che in 28 anni di attività ben 5897 dimessi dal carcere erano stati assistiti dalla Casa di Redenzione Sociale. Ma il dato sbalorditivo è che la percentuale di adulti che non commettevano più reati raggiungeva il 62%; con i ragazzi il successo arrivava all’85%.</p>
<p>Alla fine degli anni ‘50, in un contesto sociale che andava modificandosi rapidamente, Casa di Redenzione Sociale concentrò la sua attività nell’educazione rivolta ai minori con problemi di carattere sociale. L’attività educativa si spostò nei padiglioni accanto alla villa, mentre tra le antiche mura del ‘700 iniziò l’esposizione della Galleria d’Arte Sacra dei Contemporanei: l’attività artistica iniziava così ad affiancare quella educativa a testimonianza del fatto che l’esperienza della bellezza è fondamentale per l’uomo nel riscattare il degrado sociale.</p>
<p>Da allora l’attività è sempre continuata. Certo, anno dopo anno, i metodi si rinnovano perché cambiano i problemi da affrontare. Nuove emergenze chiedono nuove soluzioni. Ma sempre permane quell’attenzione ai segni dei tempi letti alla luce del Vangelo per cercare di rispondere con gli strumenti e le risorse disponibili ai bisogni sempre nuovi che emergono, oggi come allora.</p>
<p>Significative quindi, oltre che prezioso documento storico, risultano le parole che don Giovanni Rossi scriveva ne Il Piccolo del 19 maggio 1927, alla vigilia dell’inaugurazione della Casa di Redenzione Sociale.</p>
<p>«A Niguarda gli uomini che nel carcere forse non ebbero che pene, sentiranno l’amore; gli uomini che dalla società attossicata dal vizio, non ebbero se non cattivi esempi, vedranno la bontà, vedranno la carità; gli uomini che conobbero solo i piaceri della carne sentiranno le gioie dello spirito; gli uomini che vissero reietti, derelitti, godranno le riposanti dolcezze di una famiglia; gli uomini che non udirono mai che parole d’odio e di oltraggio contro la patria, sentiranno ora le parole benedicenti la patria, i fratelli, il lavoro.<br />
I giardini sono tutti fioriti, le campagne che circondano la villa sono tutte verdeggianti, le sale eleganti sono tutte linde e imbiancate come alberghi di prim’ordine.<br />
Al Segretariato di Milano decine di uomini reduci dalle prigioni già si sono iscritti per essere i primi ospiti del convalescenziario nuovo.<br />
Al primo piano della villa si stanno disponendo i laboratori; uno per il cappellificio che il nostro buon prof. Loris col suo papà personalmente ha voluto iniziare a proprie spese, poi un laboratorio di falegnameria e di segheria che la ditta Biasioli di Genova ci fa aprire per fornire di cassette di imballaggio per il suo estratto di carne che sarà venduto a favore della casa di Niguarda.<br />
Anche il nostro bravo Oreste Bianchi ha portato alcune macchine tipografiche per allargare, come in una succursale, la tipografia di Milano.<br />
Un capo agricoltore dirigerà i lavori agricoli. Un capo sarto e un capo calzolaio terranno scuole di sartoria e calzoleria. Questo è quanto abbiamo preparato; ma io spero che i nostri amici in brevissimo tempo intorno a questi laboratori convergeranno la loro benevolenza per farli produttivi, per renderli mezzi di riabilitazione sociale a tanti poveri uomini che ne hanno immenso bisogno… Io mi auguro che la nostra casa di rieducazione sociale possa essere domani un fatto, che a tutti gli studiosi delle scienze sociali e psicologiche dia argomento di consolazione e conforto. Che questa casa sia prova evidente di quello che noi pensiamo e crediamo e cioè che solamente la grazia può vincere e superare la natura e farla buona, onesta, santa; che la grazia è tanto efficace da risollevare gli uomini caduti nel peccato e nelle abiezioni della vita, da ridonare al padre il figliuol prodigo che trova non solo il perdono, ma l’abito nuovo e la mensa ricca per cui può ricominciare la sua esistenza».</p>
<p><strong>Nella foto </strong><br />
Laboratorio di lavorazione dell’alluminio della Casa di Redenzione Sociale a Villa Clerici, nel 1941.</p>
<p><em>Articolo pubblicato ne Il Piccolo 6/2013</em></p>
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		<title>Dacci Oggi il Nostro Pane Quotidiano</title>
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		<pubDate>Tue, 19 May 2015 14:21:18 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Expo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Carlo Ghidelli, Arcivescovo emerito di Lanciano-Ortona Il tema scelto per l’Expo 2015 “Nutrire il Pianeta. Energia per la Vita” non può non interpellarci come cristiani, noi che siamo i</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>di Carlo Ghidelli, Arcivescovo emerito di Lanciano-Ortona</p>
<p>Il tema scelto per l’Expo 2015 “Nutrire il Pianeta. Energia per la Vita” non può non interpellarci come cristiani, noi che siamo i fortunati destinatari di quella Parola che illumina ogni uomo (Giovanni 1, 9). Nostro compito e dovere perciò è quello di riflettere su questo tema alla luce della parola di Dio scritta: non solo per coglierne le molteplici valenze di significato, ma anche per chiederci se, a livello individuale e comunitario, siamo in regola con la volontà del Creatore. Quello che più colpisce è il molteplice e contrastante approccio della Bibbia al tema del pane. Sarebbe disonesto negarlo e procedere come se tutto fosse rose e fiori: in realtà anche il pane, che pur costituisce il dono principale di Dio all’umanità, è un bene contrassegnato da luci e ombre.</p>
<h4>LA TERRA MADRE</h4>
<p>Cominciamo col richiamare una verità fondamentale che troviamo formulata alla perfezione in questo versetto del salmo 114: «I cieli sono i cieli del Signore, ma ha dato la terra ai figli dell’uomo». Il contrasto tra cieli e terra sta a indicare non tanto due luoghi materiali quanto piuttosto due condizioni di vita: i cieli appartengono a Dio per diritto, mentre la terra è donata all’uomo perché la valorizzi al meglio delle sue effettive possibilità. Ora la Bibbia ci insegna che la terra Dio l’ha data all’uomo perché la coltivasse e la custodisse (Genesi 2, 15): due verbi che esprimono con chiarezza l’intenzione del Creatore. Innanzitutto, la terra ha da essere coltivata perché da essa possiamo ricevere quanto è indispensabile per la nostra vita. Il verbo ebraico soggiacente contiene anche l’ idea della adorazione, come se volesse dire che, coltivando la terra come si deve, noi facciamo un atto di culto verso il Creatore. Un altro compito dell’uomo verso la terra, dono di Dio, è quello di custodirla perché essa costituisce l’habitat necessario per una vita sana e serena. Il verbo ebraico soggiacente contiene anche l’idea dell’obbedienza, come per dire che custodendo la terra noi obbediamo a un preciso comando del Creatore.</p>
<h4>IL PANE DEL SUDORE</h4>
<p>«Maledetto il suolo per causa tua!/ Con dolore ne trarrai il cibo/ per tutti i giorni della tua vita» (Genesi 3, 17). La maledizione di Dio cade sul serpente e sulla terra, ma non sull’uomo e sulla donna: segno che Dio per l’uomo ha in riserva il perdono: lo hanno rilevato anche alcuni padri della Chiesa, come Ireneo e Ambrogio.</p>
<p>All’uomo però viene detto: «Con il sudore del tuo volto mangerai il pane finché non ritornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai». Dunque, fatica e dolore sono il frutto del peccato, che ha prodotto una sorta di ribellione della terra verso l’uomo: d’ora in avanti i suoi frutti la terra li darà solo a condizione che l’uomo la irrori con il sudore della sua fronte. Il peccato dunque ha rotto l’armonia non solo dell’umanità con Dio, ma anche tra l’uomo e la terra, come pure tra l’uomo e la donna. Mistero grande anche questo, che tuttavia non deve essere interpretato come un aspetto della maledizione divina.</p>
<h4>IL PANE DELL’OSPITALITÀ</h4>
<p>Nel libro della Genesi troviamo una pagina un po’ misteriosa: quella nella quale si racconta della visita di tre personaggi ad Abramo (vedi Genesi 18, 1­16). Nei loro confronti Abramo esprime tutta la sua venerazione e testimonia una magnifica ospitalità.</p>
<p>Il carattere divino di questi personaggi si manifesterà solo progressivamente: allora emergerà anche l’importanza del pane offerto. In effetti ad essi il patriarca, con la collaborazione di Sara, sua moglie, offre un lauto banchetto: focacce, carne di vitello, panna e latte fresco: quanto basta per manifestare la sua riconoscenza. E noi sappiamo che Abramo sarà ricompensato largamente perché essi sono venuti per annunciare che Sara avrebbe avuto un figlio. Già nel primo Testamento perciò abbiamo chiara testimonianza della capacità dell’uomo di fare del pane un trait­d’union tra persone diverse. Riferendosi a questo evento l’autore della lettera agli Ebrei scriverà: «Perseverate nell’amore fraterno. Non dimenticate l’ospitalità: alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo» (13, 1­2).</p>
<h4>IL PANE DELLA MORMORAZIONE</h4>
<p>Dal libro dell’Esodo apprendiamo che al suo popolo, che rimpiangeva le famose cipolle d’Egitto e mormorava per mancanza di cibo nel deserto, Dio ha dato la manna, che possiamo chiamare il pane della contestazione (vedi Esodo 16). Un episodio da meditare attentamente per la sua valenza pedagogica. Questa richiesta di cibo perciò va intesa come una pretesa da parte del popolo e quindi come una mancanza di fede nella divina provvidenza. Alla fine veniamo informati che anche di questo cibo prelibato gli Israeliti sentirono nausea a tal punto da cadere in una seconda mormorazione.</p>
<p>In effetti Dio ascolta la preghiera di Mosè, e quindi anche la mormorazione del popolo, ma a certe condizioni. Per esempio, l’osservanza del sabato come giorno di riposo, inteso come imitazione del riposo di Dio nell’opera della creazione. Ricordiamo che l’osservanza del riposo sabbatico costituisce una limitazione del potere economico dell’uomo, che è un potere prestato dal Creatore; il vero proprietario degli uomini e delle terre è Dio: di conseguenza quello dell’uomo è un potere limitato. Emerge quindi il pericolo di una economia spietata, che subordina al profitto le materie e gli attori del processo lavorativo.</p>
<h4>IL PANE NOSTRO</h4>
<p>Ci sarebbero molte altre pagine della Bibbia da citare e commentare; preferisco però terminare questa riflessione con un breve commento alla preghiera del “Padre nostro” (vedi Matteo 6, 9­15). Gesù ci ha insegnato a formulare la nostra preghiera al plurale, non al singolare per molteplici motivi: non solo per le nostre necessità materiali, ma per tutte le necessità anche spirituali, nostre e altrui. A nessuno perciò è lecito privatizzare questa preghiera. Inoltre potremmo anche dire che in quel “nostro” non ci siamo solo noi, suoi discepoli e fratelli, ma ci sta anche lui, che prega con noi e ci fa da guida nel nostro cammino verso il Padre (vedi Ebrei 6, 20). Infine rileviamo che la richiesta del “pane nostro” viene dopo l’invocazione “Padre nostro”: ne deriva che non avremmo il diritto di chiedere il pane quotidiano se non riconosciamo di avere tutti un solo Padre, creatore e provvidente.</p>
<h4>CONCLUSIONE</h4>
<p>Da questa rassegna, breve e sommaria, di eventi biblici possiamo comprendere alcune verità che non sarà inutile ricordare. Anzitutto, che la terra (il pianeta) è un dono di Dio e come tale deve essere trattato: è chiaro che su questo punto abbiamo molto su cui riflettere e forse anche qualcosa per cui pentirci. Sarebbe opportuno confrontarsi su questo punto anche in comunità o nei gruppi ecclesiali. In secondo luogo, comprendiamo che compito dell’uomo nei confronti della terra è quello di coltivarla e di custodirla, senza dimenticare che in questo modo non procuriamo solo il nostro bene, ma rendiamo al Creatore il culto che si merita. Infine, comprendiamo che il pane Dio lo dona non solo per necessità strettamente personali, ma anche per creare vincoli di fraternità e di amicizia. Infatti non siamo stati educati a chiedere “il pane mio” o “il pane tuo” ma “il pane nostro”. Dobbiamo quindi rispettare la tonalità che Gesù stesso ha voluto dare a questa preghiera. Abbiamo perciò l’opportunità, in comunione con tutte le creature di tutti i tempi e di tutti i luoghi, di professare la nostra fede nella creazione: ­ Credo il mondo: creato, sostenuto e amato da Dio ­ Credo la storia: visitata, guidata e redenta da Dio ­ Credo l’uomo: icona, immagine e figlio di Dio.</p>
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		<title>EXPO 2015 Il contributo dei cattolici</title>
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		<pubDate>Tue, 19 May 2015 14:20:29 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Il Piccolo]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Intervista a Luciano Gualzetti, vicedirettore di Caritas Ambrosiana. «L’ esperienza del nutrimento, in tutte le sue valenze, è il cuore della vita cristiana: è momento di crescita umana e spirituale,</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Intervista a Luciano Gualzetti, vicedirettore di Caritas Ambrosiana.</strong><br />
«L’ esperienza del nutrimento, in tutte le sue valenze, è il cuore della vita cristiana: è momento di crescita umana e spirituale, di relazione e solidarietà, aiuto e cura, lavoro e sviluppo. E il tema del cibo è occasione di riflessione ed educazione sulla fede, la giustizia, la pace, i rapporti tra i popoli, l’economia, l’ecologia…».</p>
<p>È una motivazione esauriente quella fornita dalle realtà ecclesiali che partecipano a Expo Milano 2015 a proposito della loro presenza all’Esposizione universale che ha preso il via il 1° maggio. La Santa Sede ha un proprio padiglione, espressione anche della Cei, della diocesi di Milano, di Caritas Internationalis.</p>
<p>Per la prima volta Expo (l’esordio ufficiale della manifestazione risale addirittura al 1851, a Londra) si apre ai soggetti della società civile – 13 in tutto, compresa la Famiglia salesiana con il padiglione dedicato a don Bosco –, che si affiancano alle rappresentanze di 145 Paesi e di tre organismi internazionali: Onu, Unione europea, Cern.</p>
<p>Il titolo generale dell’esposizione, che proseguirà fino alla fine di ottobre, è “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”. «Con questo tema, da sempre fondamentale per l’umanità, la Chiesa entra in Expo portando la sua sensibilità ed esperienza»: è <b>Luciano Gualzetti</b>, vicedirettore di Caritas Ambrosiana e vicecommissario del padiglione della Santa Sede, a puntualizzare le motivazioni e gli scopi di questa “adesione convinta”. Nella speranza che il taglio del nastro inaugurale veda i lunghi e costosi lavori di preparazione completati, anche per dimenticare malaffare e arresti che hanno steso un’ombra sulla manifestazione.</p>
<p><b>Expo non può essere solo una fiera commerciale: è stato ripetuto più volte. Eppure l’Esposizione universale ha sempre avuto una forte connotazione economica. Cosa c’è di diverso questa volta?</b> Nelle intenzioni dei promotori il tema dell’esposizione affronta aspetti essenziali per l’umanità e la sua stessa sopravvivenza. Le ultime edizioni si sono occupate, ad esempio, della risorsa­acqua oppure della vivibilità urbana. Così Expo 2015 offre una piattaforma d’incontro e di confronto su scala globale sull’alimentazione e la nutrizione. La Chiesa ha colto il valore strategico dell’argomento, che di fatto chiama in causa innumerevoli altri aspetti, come il diritto al cibo e all’acqua, la lotta alla fame e alla povertà, l’equa distribuzione delle risorse, la giustizia sociale, lo sradicamento di alcune fra le cause remote della guerra, delle migrazioni, del cambiamento climatico… Con lo stile del dialogo, che appartiene alla Chiesa, sarà una presenza intesa a portare una parola originale su questi aspetti, che ovviamente nasce dalla visione evangelica del mondo e della vita.</p>
<p><b>Il tema generale dell’esposizione sollecita serie valutazioni sul problema della fame, sull’utilizzo responsabile delle risorse del pianeta, sul rispetto per l’ambiente e Expo i corretti stili di vita… Expo 2015 sarà ricordato anche per avere riproposto al centro dell’agenda politica il tema della solidarietà?</b></p>
<p>La Santa Sede e la Caritas vorrebbero portare a Milano le voci dei territori, le tante esperienze di servizio accanto alla gente, la solidarietà testimoniata in ogni continente. C’è l’opportunità di far risuonare le attese degli 800 milioni di poveri di tutto il mondo, che vivono ai margini di questa nostra epoca sia nei Paesi in via di sviluppo ma anche nelle nazioni ricche, fino all’Europa e all’Italia. Si potranno segnalare, ad esempio, i fenomeni di accaparramento delle terre che impoveriscono i contadini di Africa e America Latina; le guerre per l’acqua in svariate regioni asiatiche e africane. Ma occorre anche denunciare, e cercare rimedio, all’enorme spreco di cibo che si verifica quotidianamente in Occidente: basti pensare che un terzo degli alimenti che vengono messi sul mercato finisce nella spazzatura. In questo senso sì, possiamo dire che il termine solidarietà deve essere rimesso al centro dell’agenda politica internazionale. Come dice papa Francesco, bisogna cercare e rimuovere le cause della povertà, individuando responsabilità, risposte percorribili, azioni concrete. Expo può costituire un momento significativo in questa direzione.</p>
<p><b>Il 19 maggio è fissata una giornata promossa da Caritas Internationalis sul diritto al cibo e alla sicurezza alimentare…</b></p>
<p>Si tratta di un grande evento che avrà un prologo la sera prima in piazza del Duomo a Milano, coinvolgendo le parrocchie e l’associazionismo. Poi, il 19 maggio, sarà la volta di una conferenza – “Una sola famiglia umana. Cibo per tutti” – che concluderà la campagna mondiale per il diritto al cibo e all’acqua sostenuta dalla Caritas. I direttori delle Caritas nazionali di tutto il mondo racconteranno quanto hanno fatto nel proprio Paese su questo versante. Ci sono esperienze diversissime, che toccano l’educazione alla sobrietà, la revisione degli stili di vita personali, il consumo critico, la cooperazione, la microagricoltura e l’agricoltura familiare, l’accesso al lavoro per le donne, lo stop agli agrocarburanti, la restituzione delle terre ai contadini. Ricordo inoltre che, tra le decine di iniziative che saranno promosse nei prossimi mesi, figura, l’11 giugno, il “national day” della Santa Sede, alla presenza del cardinale Gianfranco Ravasi, commissario generale della Santa Sede all’Expo. Sarà una giornata di confronto a carattere antropologico sul tema di Expo e prevede anche un “Cortile dei gentili”, evento sul dialogo tra credenti e non credenti.</p>
<p><b>Cosa rimarrà di questa edizione della manifestazione? Si sta già guardando oltre l’Expo? È già stata presentata la Carta di Milano… </b></p>
<p>«La Carta di Milano è una iniziativa del Governo italiano che si rivolge agli Stati con l’intento di promuovere il diritto al cibo. Sarà presentata anche alle Nazioni Unite, quasi a costituire una eredità immateriale di Expo Milano. Per tutte le informazioni su Expo e sulla presenza ecclesiale mi permetto infine di rimandare al sito internet www. expoholysee.org».</p>
<p><em>Articolo pubblicato ne Il Piccolo, 2/2015</em></p>
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